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70 anni fa Martini vinceva il suo Giro Il campione – L’Appennino ricorda l’indimenticabile commissario tecnico

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La cronaca è scritta sui libri, ma a noi del Pontedecimo ce l’ha raccontata personalmente, in occasione della consegna del primo «Appennino d’Oro», nel 1998.

Ci riferiamo alla vittoria di Alfredo Martini al Circuito dell’Appennino del 1947. Circuito, e non Giro, perché così si è chiamato sino alla vittoria di Fausto Coppi. Era la prima volta che la gara si svolgeva su una distanza di oltre duecento chilometri, la prima volta che attraversava la città di Genova. Alfredo conosceva la Valpolcevera, dove trascorreva dei soggiorni presso parenti, ma non conosceva la Bocchetta. La scalò con il rapporto sbagliato, un 51 x 21 sicuramente inadatto per non naufragare sugli aspri tornanti, ma quello aveva sulla sua bici Welter. Pedalando continuava a dire fra sé e sé «Finirà, finirà» e pedalava ogni curva sperando fosse l’ultima prima della discesa. Ma non finiva mai.

Comunque in cima passò con quattro minuti su Egidio Feruglio e sette su Michele Motta. Ma aveva davanti ancora sessanta chilometri, al contrario delle edizioni più recenti, a Voltaggio, invece di svoltare a destra verso la Castagnola, si proseguiva sino a Gavi Ligure, e si arrivava a Pontedecimo attraversando Serravalle Scrivia, Arquata, Busalla e i Giovi. Non si fece raggiungere e gli applausi dell’enorme folla presente all’arrivo a Pontedecimo furono tutti per lui. Fu intervistato da un giovane giornalista, Mario Fossati, che sarebbe diventato una delle più grandi firme del giornalismo sportivo.

Da allora il Giro dell’Appennino gli è rimasto nel cuore. Partecipò anche altre volte, nel 1952 fu sesto, nel 1954 decimo. Ritornò come direttore sportivo alla fine degli Anni Sessanta e condusse alla vittoria Gosta Pettersson nel 1971, che volle nella sua Ferretti e che quell’anno vinse anche il Giro d’Italia. Venne a verificare la condizione dei suoi atleti come commissario tecnico, non solo quando l’Appennino fu gara premondiale. Nel 1988 chiese al patron Tommasino Morgavi di inserire un giro di Orero in più prima di affrontare la Scoffera e attraversare Genova, per meglio valutare la forma di coloro che avrebbe selezionato per i Mondiali di Renaix. Dopo 234 chilometri vinse Gianni Bugno, e scorrendo il resto dell’ordine di arrivo troveremo poi, tra gli azzurri di Renaix, il secondo, Stefano Colagè, il quarto, Davide Cassani, il sesto, Marino Amadori, il tredicesimo, Franco BalleriniGiuseppe Saronni e Maurizio Fondriest, che conquistò tre settimane più tardi la quarta maglia iridata per  Martini nel ruolo di commissario tecnico. Non è quasi mai mancato alle nostre serate di gala alla vigilia della gara.

Nel 2012, a 91 anni compiuti, lucidissimo, ha ricevuto un riconoscimento dal Comune di Genova, nel 65° anniversario della vittoria. Quando prese la parola, l’assoluto silenzio in sala era dimostrazione dell’attenzione che i presenti stavano ponendo alle sue parole. Fu una breve ma intensa lezione di vita, ripercorse vari momenti, lasciando come testimonianza ai presenti l’esigenza di essere corretti e mai astiosi.

Raccontò del Giro d’Italia del 1946, quando la carovana fu presa prima a sassate, poi addirittura a fucilate nei pressi di Pieris, nella tappa che da Rovigo andava a Trieste. Erano i ribelli titini che non volevano Trieste italiana. Alfredo, pur testimone del ferimento di suoi colleghi ciclisti, non ci espose acrimonia verso quegli aggressori, che misero a repentaglio anche la vita dei ciclisti, ma descrisse l’episodio auspicando che episodi del genere non dovesse capitare mai più.

Ho conosciuto le figlie di Alfredo, Silvia e Milvia, e proprio dalle loro parole ho avuto la testimonianza dell’affetto che legava il grande commissario tecnico al Giro dell’Appennino. Quando nel 2015 abbiamo voluto intitolare la nostra gara alla memoria di Martini, a otto mesi dalla sua scomparsa, vennero alla presentazione, partendo al mattino presto da Sesto Fiorentino. Mi dissero che ricevevano numerosi inviti per presenziare a cerimonie in ricordo del babbo, ma sovente declinavano: avevano invece accettato con entusiasmo l’invito dell’U.S. Pontedecimo, perché era «nel cuore del babbo» che aveva sempre parlato in famiglia della nostra gara con grande affetto e trasporto, quello stesso affetto e amore con il quale ci piace ricordarlo.

(U.S. Pontedecimo)

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Autore:lmm

Pubblicato il: 31 Marzo 2017

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